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mercoledì 31 gennaio 2018

#Comete #SistemaSolare
Le comete sono corpi piccoli e fragili. Grossi massi di roccia ricoperti di neve, le cui orbite possono essere lunghe anche più di un anno luce. Composte principalmente da una miscela di ghiaccio d'acqua, polvere e materiali a base di carbonio e silicio. Spesso hanno una forma irregolare. Le loro orbite molto ellittiche le portano dagli estremi esterni del Sistema solare fino poche migliaia di chilometri dal Sole.

Le comete sono parte del materiale rimasto dalla formazione dei pianeti.
Il nostro intero Sistema solare, comprese le comete, si è formato con il collasso di una gigantesca e diffusa nube di gas e polvere circa 4,6 miliardi di anni fa.
Potete trovare un approfondimento sul tipo di nebulose che ha formato il Sistema solare a questo link: Nebulose diffuse.
Gran parte della materia presente nella nebulosa si è fusa ed ha formato il Sole e i pianeti. Ma durante la formazione molte "briciole" sono rimaste sparse nel Sistema solare e hanno formato piccoli agglomerati di gas e polvere congelati.
Fino a poco tempo fa gli astronomi erano convinti che cioè fosse avvenuto nelle regioni più esterne del Sistema solare, dove le temperature erano abbastanza fredde da produrre ghiaccio. Stiamo parlando, come vedremo più avanti, della nube di Oort e della fascia di Kuiper.
Oggi però, in seguito alle ultime missioni Nasa e alle recenti osservazioni, sta prendendo forma una nuova teoria secondo la quale questi corpi si siano formati all'interno del Sistema solare e siano stati espulsi fuori in un secondo momento dalle perturbazioni gravitazionali dei pianeti giganti: Giove, Saturno, Urano e Nettuno.

Osservando una cometa possiamo distinguere tre parti principali: il nucleo, la chioma e la coda. Il nucleo rappresenta la parte solida, che sviluppa un chioma con una o più code quando la cometa si avvicina al Sole. 
La chioma è la nuvola polverosa e sfocata che si sviluppa attorno al nucleo della cometa quando questa si avvicina al Sole e l'acqua congelata inizia ad evaporare a causa del calore della nostra stella.

Come abbiamo accennato poco fa, le comete provengono da due regioni principali del Sistema solare molto lontane dalla terra: la fascia di Kuiper e la lontanissima nube di Oort. Potete scoprire dove si trovano in questo approfondimento sul Sistema solare: Quanto è grande il Sistema solare?

La loro provenienza le classifica anche in due categorie: comete di breve periodo e comete di lungo periodo.
Le comete di breve periodo sono comete che molto probabilmente provengono dalla fascia di kuiper, che pur essendo lontana si trova pur sempre più vicina della nube di Oort. Queste comete hanno orbite relativamente corte e impiegano a percorrerle non più di 200 anni. Ne sono esempi la cometa di Halley, con un periodo orbitale di 87 anni.
Gli astronomi stimano che la cintura di kuiper,  contenga almeno 200 milioni di oggetti, che si ritiene siano rimasti sostanzialmente immutati dalla nascita del Sistema solare 4,6 miliardi di anni fa.
Le comete a breve periodo si possono a loro volta dividere in due sotto classi: Le comete ti tipo "Halley", con un periodo orbitale che va oltre i 20 anni, e le comete di tipo "Gioviane": con un periodo inferiore ai 20 anni.

Le comete a lungo periodo invece hanno periodi orbitali maggiori di 200 anni. Ne è un esempio la favolosa cometa Hale-Bopp, che compie un giro completo intorno al Sole e si fa vedere dalla Terra ogni 4.000 anni. Queste comete a lungo periodo provengono dalla nube di Oort, da una distanza dalla terra che va da circa un anno luce fino a due anni luce. Avete capito bene, la metà della distanza che ci separa dalla stelle a noi più vicina: Alfa centauri.
Gli astronomi ritengono che che la nube di Oort sia una bolla di corpi e che si estenda per 50.000 volte la distanza dalla Terra al Sole.
Le comete che arrivano da questa distanza impiegano migliaia di anni per compiere la loro orbita e quindi generazioni e generazioni umane. Per gli astronomi sono di gran lunga le comete più interessanti da studiare perché rappresentano le tracce del Sistema solare primordiale.

Come abbiamo accennato sopra, i planetologi oggi ritengono che le comete abbiano avuto origine nella regione del Sistema solare tra Giove e Nettuno, e che siano poi state espulse dalla Nube di Oort da effetti fionda causati da incontri ravvicinati con i pianeti giganti.

Oggi, questi "detriti dormienti" che compongono la fascia di Kuiper e la nube di Oort vengono di tanto in tanto disturbati gravitazionalmente da pianeti, stelle vicine, o asteroidi nelle loro vicinanze.
Nella fascia di Kuiper la maggior sorgente di perturbazione è costituita dall'attrazione gravitazionale di Giove. Un'altra causa non meno frequente è l'avvicinamento di oggetti simili sempre all'interno della fascia di Kuiper.

I detriti che invece si trovano nella più lontana nube di Oort possono essere disturbati da altri detriti che si muovono caoticamente nei loro pressi, oppure dal passaggio nelle vicinanze (in termini astronomici) di altre stelle.

Tutte queste "perturbazioni gravitazionali" sbalzano letteralmente i detriti lontano dal luogo in cui si trovano. Alcuni di questi vengono allontanati per sempre dal Sistema solare, altri vengono spinti verso l'interno.
E' in questo momento che acquisiscono orbite più o meno allungate e che, a mano a mano che entrano nel Sistema solare interno e si avvicinano al Sole diventando comete con code e chiome.

Mentre i pianeti hanno orbite quasi circolari, le comete hanno percorsi estremamente allungati intorno al Sole. Si dice che una cometa è in "afelio" quando la sua posizione è nel punto più lontano dal Sole. Al contrario, è al "perielio" quando si trova nel punto più vicino al Sole.
A causa del momento angolare, quando le comete arrivano al perielio viaggiano molto più velocemente di quando si trovano distanti dal Sole, e questo è il motivo per la quale quando compaiono abbiamo pochi giorni per osservarle davvero bene e al massimo del loro splendore.

Infine, spendiamo due parole sulle code delle comete, anche se il tema in realtà e molto ampio e in futuro ne faremo sicuramente un approfondimento.

Le comete hanno generalmente due tipi di coda: La classica coda di polvere e una coda al plasma.

La coda di polvere è spesso la più luminosa e di colore biancastro. 
Spesso appare curvata e con delle striature filamentose. Questa coda è composta di particelle di polvere e nebbia di vapore acqueo. 

La magia della classica coda di polvere inizia quando la cometa si avvicina al Sole fino al punto in cui il calore solare riesce a sciogliere il ghiaccio che la ricopre. Da questo momento in avanti la superficie del nucleo della cometa inizia a perdere dietro di sé le molecole d'acqua rilasciate dal ghiaccio sciolto. Contestualmente anche le particelle di polvere rimaste intrappolate nel ghiaccio fino a quel momento, iniziano a disperdersi dietro all'astro. Sia il vapore che il pulviscolo vengono illuminati dal Sole donando alla cometa la sua coda più luminosa. 
Questa coda si estende sempre dietro alla cometa, in direzione opposta alla sua corsa.

Il riscaldamento di una cometa da parte del Sole però non è uniforme, sopratutto a causa della forma irregolare che spesso hanno i nuclei cometari.
Quindi, a causa della forma irregolare e della rotazione di una cometa, alcune parti della superficie possono essere riscaldate dalla luce solare, mentre altre parti rimangono fredde. Questo può generare code multiple, che creano effetti sorprendenti laddove diverse regioni di una cometa emettono flussi volatili.

Se la terra durante la sua orbita dovesse incrociare il sentiero di una cometa passata di li in precedenza, i detriti rilasciata dalla coda di polvere precipitano sulla terra dando luogo al fenomeno delle stelle cadente. Potete scoprirne di più in questo approfondimento: Lacrime di San Lorenzo, Lacrime di cometa.

La coda al plasma invece, o coda di ioni, è composta da ioni ed è generata dal vento solare.
Quando la cometa si trova abbastanza vicina al Sole, spesso molto più vicina di quando compare la coda di polveri, le radiazioni e le particelle provenienti dal Sole sotto forma di vento solare, ionizzano e caricano di energia il vapore acqueo che sta evaporando dalla cometa. Queste particelle poi continuano il loro percorso allontanandosi dal Sole generando una coda azzurra/blu che si estende dalla cometa in direzione sempre opposta al Sole.

Per ora con le comete abbiamo finito, prossimamente faremo sicuramente degli altri approfondimenti su questi oggetti del Sistema solare che ancora oggi sono misteriosi e pieni di fascino sia per i grandi astronomi che per i piccolo astrofili.

giovedì 18 gennaio 2018

#bestOf2018 #Marte #SistemaSolare
Il più grande canyon del Sistema Solare taglia in due il pianta Marte lungo l'equatore. La Valles Marineris si estende per oltre 3.000 km, è larga fino a 600 chilometri. Con i suoi 8 Km di profondità rappresenta un vero capolavoro della natura in fatto di canyon.
In confronto, il Grand Canyon in Arizona, sulla Terra, è uno scherzo: lungo 800 km, largo 30 km e profondo 2 km.


Se questo mostruoso canyon si trovasse sulla Terra, si estenderebbe lungo tutti gli Stati Uniti, da Los Angeles alla costa atlantica.
E' talmente grande che dalla Terra, attraverso un telescopio lo si può vedere come una cicatrice scura sulla superficie del pianeta.
Immaginatevi una lunga crepa suol suolo di Marte lunga come 3 volte l'Italia, larga come metà della nostra nazione, e profonda come.... come ciò che vedreste se vi trovaste in cima al monte K2 e guardaste verso il mare!!

L'origine di Valles Marineris rimane sconosciuta, anche se un'ipotesi dominante afferma che sia una crepa originatasi miliardi di anni fa quando il pianeta si è raffreddato.

Recentemente, sono stati identificati diversi processi geologici nel canyon.
In realtà non si parla di un solo canyon, ma di un sistema formato da tanti canyon e depressioni.
Ne sono alcuni esempi le due formazioni parallele Ius e Tithonium, che si estendono dal limite ovest verso est e contengono flussi di lava.

Ci sono poi le voragini Melas, Candor e Ophir. Queste contengono materiale eroso e ceneri vulcaniche. Il fondo dell'abisso di Melas contiene il punto più profondo di tutta la Valle Marineris.

Ci sono anche valli delimitate da depositi stratificati e ben definiti. Ne è un esempio la depressione Coprates. Questo è il canyon più basso di tutta la Valle Mariners. Una volta questa regione ha probabilmente ospitato laghi isolati, e i depositi che vediamo oggi possono essersi formati da frane o materiale portato dai forti venti che un tempo soffiavano su Marte, dopo che i laghi si sono asciugati.

In questo canyon sono presenti anche alcuni vulcani, anche se sono piccoli rispetto al maestoso Olympus Mons. Si tratta più che altro di piccoli conici vulcanici che hanno altezze di soli 400 metri. Sono stati scoperti soltanto recentemente con le telecamere ad alta risoluzione montate sulla Mars Express, una delle sonde orbitanti attorno al pianeta.

Con l'aiuto delle sonde sono venuti alla luce anche dettagli morfologici come zone di rigonfiamento della lava solidificata causata dall'iniezione sotto alla crosta indurita di lava più recente. Queste formazioni assomigliano molto a cioò che vediamo anche in alcuni campi di lava sulla Terra.
In termini geologici, questi coni vulcanici sono molto giovani, hanno un'età che va soltanto dai 200 milioni ai 400 milioni di anni. Ciò è sorprendente, dato che la maggior parte del vulcanismo marziano si è verificata circa 3,5 miliardi di anni fa.

Il sistema Valles Marineris sembra sfociare nella regione Chryse, una delle regioni più basse su Marte.
Questa zona è una enorme depressione che si trova a nord del canyon, ha un diametro di 1.500km (più grande dell'Italia), e si trova 2,5 km sotto all'altitudine media di Marte, quello che sarebbe il livello del mare se ci fosse.
Nel passato qualsiasi acqua proveniente dalla Valles Marines potrebbe essere finita in questa depressione e potrebbe aver creato un lago o un oceano antico.

L'ESA, Agenzia Spaziale Europea, usando le immagini ad alta risoluzione della sua sonda orbitante attorno al pianeta rosso ha generato il video che vi proponiamo qui sotto. In questo video "potrete volare" all'interno della zona più a est di quello che è a tutti gli effetti il canyon più grande e profondo del sistema solare: la Valles. Più sotto ancora invece, un video che vi da l'idea di questo canyon visto da sopra il pianeta.

Continuate a seguirci, in uno dei prossimi approfondimenti vi parleremo di come si è formato questo enorme complesso geologico marziano.


Lunghezza:3.000 km (3 volte l'Italia)
Larghezza:600 km (metà dell'Italia)
Profondità:8 Km (Come il monte k2)









domenica 31 dicembre 2017

#SistemaSolare

Tracce di Via Lattea sulla Terra

Il sistema solare, assieme alla terra, ai pianeti e alle comete, si muove attraverso una nube galattica ad una velocità di 80.000 km all'ora.
Questa corsa sfrenata crea un vento interstellare di particelle, alcune delle quali possono arrivare fino alla Terra e fornire informazioni sul nostro circondario galattico. Sono vere e proprie tracce di Via Lattea.


I cosmologi hanno raccolto queste particelle attraverso diverse missioni come per esempio la sonda IBEX della NASA, la sonda Ulysses, il programma SOLARD, la sonda Mariner, oppure ancora con la sonda MESSENGER in orbita attorno a Mercurio.


Rielaborando i dati raccolti da 11 sonde spaziali negli ultimi 40 anni è emerso chiaramente che dalla prospettiva terrestre, questo vento interstellare fluisce da un punto appena al di sopra della costellazione dello Scorpione. E le analisi mostrano che questa direzione è cambiata da 4 a 9 gradi dagli anni '70.
Proprio così, come succede al vento nel bel mezzo di una tempesta, gli scienziati hanno scoperto che le particelle che fluiscono nel sistema solare dallo spazio interstellare hanno cambiato direzione negli ultimi 40 anni. Tali informazioni possono aiutarci a tracciare il nostro posto all'interno della galassia che ci circonda e aiutarci a capire il nostro posto nello spazio.
Scopri come vediamo la nostra galassia dal pianeta terra a questo link: Cosa vediamo della Via Lattea?

L'impronta del vento interstellare che scorre nel'eliosfera, la vasta bolla riempita dal vento solare: flusso costante di particelle emesse dal sole, è uno dei modi in cui gli scienziati possono osservare ciò che si trova appena al di fuori della nostra casa, nella galassia attraverso cui viaggia il sistema solare.
L'eliosfera si trova vicino al bordo interno di una nube interstellare, ed entrambe si sfiorano "strofinando" i propri bordi. E' proprio questo movimento movimento a creare un vento di atomi interstellari neutri, come l'elio, che soffiano fino sulla Terra.

I primi dati storici sul vento interstellare provengono dagli anni '70 dal Programma di Test dello Spazio del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti 72-1 e dal SOLRAD 11B, dal Mariner della NASA e dal Prognoz 6 (Russo).
Gli strumenti sono migliorati molto dagli anni '70 ai nostri giorni, e confrontando le informazioni di diversi campioni osservativi, i ricercatori hanno acquisito confidenza con i risultati di quei primi dati.

Tutti questi dati mostrano che la direzione del vento interstellare è cambiata da 4 a 9 gradi negli ultimi 40 anni.
In precedenza pensavamo che il mezzo interstellare locale fosse molto costante, invece questi risultati mostrano che è altamente dinamico. Così come lo è l'interazione l'eliosfera e la nube galattica che confina con il sistema solare.

Anche se la ragione di questo cambiamento nella direzione del flusso galattico non è ancora chiaro, gli scienziati sanno con certezza che il nostro sistema solare si trova vicino al bordo della nube interstellare locale. Una tale area della galassia potrebbe subire turbolenze e, mentre ci muoviamo attraverso lo spazio, l'eliosfera potrebbe essere esposta a diverse direzioni del vento.

Ma come si misurano queste tracce provenienti dalla Via Lattea?
Le varie serie di osservazioni si basavano su tre diversi metodi per misurare il vento interstellare in arrivo. IBEX e Ulisse misurano direttamente gli atomi di elio neutro mentre attraversano il sistema solare interno. Le misurazioni dell'IBEX sono fatte vicino alla Terra, mentre le misure di Ulisse raggiungono l'orbita di Giove.

Le prime misurazioni degli anni '70 hanno osservato la fluorescenza che si verifica quando l'estrema radiazione ultravioletta proveniente dal sole si disperde dal vento dell'elio interstellare che passa dal sole. Gli atomi di elio neutri vengono catturati dalla gravità del sole, formando un cono di messa a fuoco. Quando le radiazioni del sole rimbalzano su questi atomi, emettono luce. Misurare la luce fornisce informazioni sulla direzione di afflusso di elio.

La terza tecnica per misurare il vento di elio si basa sul fatto che dopo questa interazione con la radiazione solare, una frazione di atomi di elio neutri ottengono un elettrone e quindi si caricano. Molti strumenti nello spazio sono studiati per analizzare particelle cariche, come gli strumenti STEREO della NASA e ACE. Tali strumenti possono misurare la direzione longitudinale del vento delle particelle, fornendo un'ultima serie di osservazioni storiche per completare l'immagine.


venerdì 24 novembre 2017

#SistemaSolare
Il nostro sistema solare si trova a circa due terzi dai confini della via lattea rispetto al centro galattico. Ma come sarebbe se invece si trovasse presso i margini estremi dei suoi bracci? 

Il nostro sistema solare si trova a circa due terzi dai confini della via lattea rispetto al centro galattico.
Per avere un quadro approfondito di come è fatta la via lattea potete leggere questo approfondimento: Morfologia della via lattea

La prima cosa da dire per immaginare un sistema solare presso i margini galattici è che le zone più centrali della galassia sono molto più metalliche delle zone periferiche. 
Ciò significa che più ci si allontana dal centro galattico e più la percentuale di elementi che pesano più dell'idrogeno e dell'elio diminuisce. 

Ora, come sappiamo in una eventuale nube protostellare che sta dando origine ad un sistema stellare, gli elementi più pesanti costituiscono la materia prima per la formazione di corpi rocciosi come i pianeti, le lune e le comete.

Diciamo subito che in una nube protostellare ai margini della via lattea gli elementi necessari per la formazione della vita potrebbero anche esistere. Ciò però che potrebbe mancare sono le condizioni di stabilità affinché la vita possa crescere svilupparsi in forme complesse.
Vediamo perché.

Gli scienziati pensano che presso la periferia galattica, anche se troviamo all'incirca un terzo della quantità di elementi metallici che si trovano nelle vicinanze del nostro sole, si potrebbero comunque formare dei di piccoli pianeti rocciosi come la terra.
Questi elementi pesanti necessari alla terra-formazione, avrebbero però una diffusione pari a circa il 20% di quella che abbiamo nella nostra zona galattica.
Di conseguenza il sistema solare avrebbe per forza un aspetto diverso.

La differenza più importante sarebbe la mancanza di pianeti giganti come Giove, Saturno e Urano.
Si pensa che i giganti gassosi abbiano in realtà dei nuclei rocciosi. In principio quindi la loro formazione è simile a quella dei pianeti rocciosi: attraverso l'accrescimento di polvere e detriti si forma un piccolo nucleo roccioso che poi si aggrega ad altri frammenti crescendo sempre di più e diventando più grosso della terra. (ma comunque più piccolo dei giganti gassosi)
Ad un certo punto la gravità del macro-pianeta pianeta intrappola anche la grande quantità di gas che si trovano nella nube protostellare, creando un'enorme atmosfera e generando ancora più forza di gravità
Ecco che è nato un pianeta gigante gassoso.

Ovviamente abbiamo sintetizzato e semplificato molto il processo di formazione, ma nella periferia della galassia, essendoci meno materiale pesante e quindi meno particelle, questi nuclei impiegherebbero troppo tempo a formarsi prima che i gas disponibili vengano dispersi o attratti dalla stella del nascente sistema solare.

Questo avrebbe una conseguenza catastrofica per la nascita della vita.
La mancanza di un pianeta con le dimensioni di Giove potrebbe avere effetti profondi sull'abitabilità dei mondi rocciosi.
Giove infatti ha sempre interpretato il ruolo del fratello maggiore della Terra, proteggendoci da comete ed asteroidi che senza la sua attrazione gravitazionale sarebbe finite per scontrarsi con il nostro pianeta con una frequenza molto maggiore di quanto non sia avvenuto.

Quindi, se il sistema solare si trovasse ai margini della via lattea sarebbe composto da piccoli pianeti rocciosi, magari innumerevoli, senza però avere la protezione di giganti gassosi come avviene dalle nostre parti.


Molto probabilmente questi pianeti non potrebbero essere abitati da forme di vita complesse, in quanto non avrebbero il tempo e la tranquillità ambientale per svilupparsi a causa del continuo bombardamento da parte di asteroidi e comete.




giovedì 26 ottobre 2017

#Luna #SistemaSolare

Il sorriso della luna

Cosa da al nostro satellite il suo sorriso? quali sono gli elementi topografici che hanno dato il famoso volto alla luna? e che caratteristiche hanno? il Mare Imbrium, il Mare della serenità, il Sinus Aestuum, in questo articolo vi parliamo di cosa da luce al viso della Luna.

Tutti noi sicuramente, da bambini, guardando la luna dalla finestra di casa abbiamo notato un volto. Un volto che con il tempo ci è diventato famigliare, ben sapendo che quel volto in realtà è una illusione ottica generata da montagne, distese pianeggianti e crateri presenti sulla superficie del nostro satellite.
Ma iniziamo dall'inizio: Cosa sono i mari lunari?
L'origine dei così detti mari lunari è comune a tutti loro: catastrofici impatti meteorici e successivi fenomeni vulcanici.

In un lontano periodo prossimo alla nascita del sistema solare (periodo del bombardamento tardivo), i violenti impatti si meteoriti caduti sul fresco suolo lunare hanno generato vasti crateri. 
Per gli amanti della fotografia astronomica, potete trovare a questo link un elenco dei 100 particolari più interessanti da fotografare sul nostro satellite.

Alcuni di questi impatti sono stati talmente violenti rompere in profondità la crosta e causare una fuoriuscita di lava che ha inondato il cratere di scuro materiale basaltico. In alcuni casi invece il materiale lavico è uscito da antiche fratture vulcaniche presenti quando la luna era ancora "geologicamente attiva". 
Il risultato di tutto ciò sono le enormi superfici piatte e scure che oggi chiamiamo mari.
Man mano che i bacini si riempivano, il peso che il fondo del cratere ha dovuto sopportare è stato via via maggiore verso il centro e minore ai bordi. 
Pertanto al centro dei bacini il mare tende a sprofondare dando origine a dei corrugamenti e a delle spaccature. 
Ai ai bordi invece la crosta fresca tende a flettersi e a dilatarsi creando valli e depressioni, i cosiddetti graben.
Sono proprio questi mari ad aver giocato l'illusione ottica che da dato vita al viso della luna

Gli occhi: Mare Imbrium e Mare Tranquillitatis 
Il mare imbrium disegna l'occhio destro del volto, alla nostra sinistra, e misura circa 1.200 km di diametro (poco più della lunghezza dell'Italia).
Il mare Imbrium è il più grande bacino della luna, una immensa zona lavica costituita prevalentemente da basalto. 

Grazie ai campioni prelevati dall'apollo 15 (sbarcato sul bordo dell'Imbrium) la Nasa stima che si sia formato circa 3,85 miliardi di anni fa e che si sia successivamente riempito di basalto. 
Il mare è circondato da due catene montuose chiamate "Appennino Montes" e "Alpi Montes", probabilmente nate anch'esse dall'impatto, e la loro altezza va dai 1.800 ai 2.400 metri.
L'origine di tutto ciò è stato quasi sicuramente un impatto tra la luna e un proto-pianeta. Inizialmente gli scienziati stimavano il diametro del proto-pianeta intorno agli 80km, basandosi su simulazioni al computer.
Oggi però analizzando anche le caratteristiche geologiche della zona si arriva a stimare un un diametro del proto-pianeta di circa 400 km. 

Il Mare Imbrium è circondato da scanalature e da solchi abbastanza grandi da essere visibili dalla terra anche con piccoli telescopi, che si irradiano dal centro del bacino come i raggi di una ruota. 
Questi solchi sono stati creati dalle rocce che sono state spazzate via dal cratere nel momento dell'impatto. 
La maggior parte sono concentrati sul lato sud-est del bacino, suggerendo che il proto-pianeta sia giunto da nord-ovest, cadendo con un angolo piuttosto inclinato.

Sulla superficie sono presenti anche una seconda serie di scanalature con un allineamento diverso che sembra provenire da una regione a Nord-Ovest, lungo la traiettoria da cui è venuto il proto-pianeta. 
Questa seconda serie di segni ha rappresentato per anni un vero e proprio mistero dato dal fatto che non sono radiali al cratere e che hanno origine dietro alla regione dell'impatto. Dopo numerose simulazioni gli scienziati sono giunti alla conclusione che queste formazioni si siano generate dall'impatto di piccole pezzi del proto-pianeta che si sono staccate qualche attimo prima che toccasse la superficie lunare. 

Il mare Imbrium e la storia della sua origine, assieme agli altri mari e a molte altre formazioni sulla superficie lunare, ci dicono molto sugli oggetti che popolavano un tempi il sistema solare.
Insomma, il volto sfregiato del nostro satellite ci può dire molto su quello che stava accadendo nel nostro sistema 3.8 miliardi di anni fa".

L'occhio sinistro invece della Luna, alla nostra destra, è il Mare Tranquillitatis, conosciuto anche come Mare Della Tranquillità
Come gli altri maria sulla Luna, il Mare Tranquillitatis è sicuramente un antico bacino d'impatto Il bacino è approssimativamente circolare, e questo è uno dei motivi per la quale l'uomo lo ha sempre associato ad un occhio sul volto della Luna. 

Il Mare Della Tranquillità Ha un diametro di 800 km, come la distanza tra Milano e Napoli: potrebbe quasi contenere l'Italia. 

La sua superficie liscia e soprattutto la sua posizione equatoriale lo hanno reso una posizione ideale per il primo storico atterraggio dell'uomo sulla Luna avvenuto il 20 luglio 1069.
In quella data Neil Armstrong e Buzz Aldrin hanno fatto i primi passi sulle rive di questo mare.

Le rocce portate a terra da Armstrong e Aldrin sull'apollo 11 sono state studiate a fondo e la datazione radiometrica ha mostrato che erano tra i 3,6 ei 3,86 miliardi di anni. Queste rocce basaltiche consistevano in due tipi: uno ricco di titanio e l'altro ricco di potassio. 
Si pensa che la formazione di due tipi differenti di roccia sia dovuta a due diverse attività vulcaniche, avvenute in periodi diversi in un arco temporale di circa 300 milioni di anni.

Tra i punti più alti e quelli più profondi del mare ci sono dislivelli che non superano mai i 500 metri. Il Mare Tranquillitatis ha un margine irregolare, perché diversi bacini, tra cui Serenitatis e Nectaris, si intersecano in questa regione. 

Il naso della luna: il Mare Sinus Aestuum
La sua estensione è di circa 290km e sulla sua superficie, oltre a pochi crateri, ci sono alcune creste simili a delle rughe, che potrebbero essere le sommità di formazioni montuose sepolte dal materiale piroplastico. 
A est e a sud del mare si possono notare alcune zone più scure: agglomerati di ceneri vulcaniche, rimaste intatte a causa della mancanza di atmosfera e di venti dall'età in cui la lava ha inondato il bacino.

Il Mare Sinus Aestuum è l'unica posizione conosciuta sulla Luna dove i dati orbitali hanno rilevato la presenza di un raro minerale a base di ferro, cromo e ossigeno: Lo spinello cromato (https://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_degli_spinelli). 
Le rilevazioni hanno determinato che queste concentrazione corrispondono sempre a crateri d'impatto all'interno del mare. 
Anche se questo materiale è stato trovato sia sui massicci più grandi che si trovano a est e a ovest dell'altopiano, che in zone sepolte all'interno della mare stesso, la maggior parte della sua presenza si identifica nel mare: sotto al deposito piroplastico che da al Sinun Aestum il suo colore scuro.
La spiegazione più accreditata tra i geologi lunari è che lo Spinello sia emerso dalle profondità della crosta durante l'eruzione che ha generato la fuoriuscita del mantello. Durante la fuoruscita si è poi mischiato con il materiale lavico e oggi, attraverso i piccoli crateri di impatto, torna visibile. 

Una delle caratteristiche di questo mare è il basso numero di crateri di impatto. 
Questo suggerisce che i flussi di lava del Sims Aestuum siano relativamente giovani. Questi indizi datano l'età del naso della luna come molto giovane: circa 3 miliardi di anni fa.

La bocca della Luna:Mare Nubium e Mare Cognitum
Il Mare Nubium e il Mare Cognitum disegnano assieme la bocca al volto della luna. 
Il Nubium, o "Mare delle Nubi", ha un diametro di 750 km ed è uno dei più antichi bacini circolari della Luna.
Tuttavia, ci sono prove evidenti che questo bacino non sia stato generato da un unico catastrofico impatto.
E' probabile infatti che abbia avuto origine da almeno quattro grandi collisioni.
Questa idea nasce dal fatto che gli astronomi hanno identificato almeno quattro anelli di bacini minori all'interno e nei pressi del mare Nubium. 
Inoltre ai suoi margini non sono presenti alte creste come per il resto dei crateri di impatto e degli altri mari. Questo è molto probabilmente una prova della sua antichità.
Si pensa infatti che i bordi del cratere siano stati consumati da eventi geologici risalenti ad un lontato periodo in cui la luna era ancora molto attiva. 

Il mare Nubium è cosparso di spaccature dovute al peso generato dalla lava che lo ha riempito al momento del suo raffreddamento.

Il Mare Cognitum invece ha un diametro di 376 km e si trova all'interno di un bacino molto più grande: il bacino Procellarum.
La catena montuosa Montes Riphaeus a nord-ovest del Mare Cognitum potrebbe essere la cresta di un grande cratere ormai sepolto e che lo contiene.
Nel 1964 il mare Cognitum è stato teoatro dell'impatto di una sonda spaziale (La ranger7) che ha inviato immagini fino a qualche secondo prima di distruggersi, rivelando agli studiosi una superficie ricoperta da piccolissimi crateri di impatto impossibili da osservare dalla terra e dalle alte quote orbitali intorno alla Luna.


Occhio destro:Mare Imbrium (1.200 km)
Occhio sinistro:Mare Tranquillitatis (800 km)
Naso:Mare Sinus Aestuum (290km)
Bocca:Mare Nubium (750 km) e Mare Cognitum (376 km)

venerdì 1 settembre 2017

#Esplorazione #Saturno #SistemaSolare

Perché Cassini è dovuta morire?


Dal il 15 Settembre 2017 non abbiamo più immagini mozzafiato di Saturno a distanze ravvicinate.
In questa data la sonda si è immersa nel pianeta gigante.
Ma perché è così necessario distruggere una sonda storica da 3 miliardi di dollari, ancora perfettamente funzionante e alle prese con un obbiettivo così affascinante e lontano?


Purtroppo Cassini era a rischio contaminazione per il sistema planetario di Saturno.
Proprio cosi, la missione di Cassini ha firmato la sua condanna a morte quando ha scoperto gli oceani salati sotto il ghiaccio di Enceladus, una della lune ormai più famose di Saturno.

Un'altro ambiente fortemente a rischio dalla sonda era quello della luna Titano: unico satellite del sistema solare ad avere una atmosfera sviluppata e la cui chimica è piuttosto complessa.

Il rischio contaminazione deriva dal fatto che la sonda Cassini negli anni 90 quando è stata costruita non è stata adeguatamente sterilizzata, quindi è possibile che i batteri provenienti dalla Terra possano raggiungere questi due mondi ancora sterili che godono di molta curiosità da parte della comunità scientifica mondiale.
Anche se le condizioni dello spazio profondo dovrebbero essere stati fatali per i batteri che hanno viaggiato in questi 20 anni, la NASA non può in nessun modo rischiare di contaminare Enceladus e Titano.

L'incubo è nato dal fatto che purtroppo il combustibile di Cassini stava per esaurirsi e presto la sonda avrebbe vagato senza controllo intorno a Saturno, in un ambiente fortemente instabile dove uno scontro casuale con un detrito avrebbe potuto scaraventarla sulle preziose lune.

Ecco perché la NASA, l'Agenzia Spaziale Europea (ESA) e l'Agenzia Spaziale Italiana hanno deciso di comune accordo che la migliore linea d'azione era quella di distruggere la sonda a settembre.

Tuttavia questa tragica fine è stata ancora una volta uno spettacolo da parte di Cassini, l'ultimo. Gli ingegneri hanno pensato ad ogni dettaglio per non perdere nemmeno un secondo di questo discesa che è stata ripresa e monitorata dalla NASA in ogni istante!!

giovedì 10 agosto 2017

#Asteroidi #SistemaSolare
Proprio così, le lacrime di San Lorenzo, ovvero lo sciame meteorico delle perseidi, altro non sono che i rimasugli lasciati dalla cometa Swift-Tuttle durante la sua folle corsa attorno al sole.

Con il suo nucleo di di 26 km, la cometa Swift-Tuttle è considerata dagli astronomi una tra le più grandi conosciute. Per fare un paragone, si stima che la cometa che estinse i dinosauri è stata probabilmente grande la metà.

Similmente alla cometa di Halley, la Swift-Tuttle ha origini nella fascia di Kuiper, che come sappiamo è sotto l'osservazione della sonda New Horizons.
Abbiamo parlato qua dei prossimi passi dell'uomo all'interno della fascia di Kuiper: Le prossime frontiere della sonda New Horizons


Per questo motivo, al contrario delle comete a lungo periodo che invece hanno origine nella lontanissima Nube di Oort, queste comete sono dette di corto periodo, cioè il loro periodo orbitale attorno al sole non supera le poche centinaia di anni.
Nel caso specifico della cometa Swift-Tuttle, il suo ritorno nei pressi del sole è previsto ogni 133 anni. Il prossimo passaggio è previsto per il 2125, mentre l'ultimo è stato nel 1992, e sicuramente molti di voi hanno assistito a questo evento scattando fotografie spettacolari.
Abbiamo parlato approfonditamente delle dimensioni del sistema solare qui: Quanto è grande il sistema solare? e delle caratteristiche delle comete qui:Cosa sono le comete e perché hanno due code?
Durante questi passaggi vicino al sole, come tutte le comete, la Swift-Tuttle è stata scaldata dall'energia della nostra stella. Il ghiaccio che tiene assieme i detriti di cui è composta la superficie della cometa si sono quindi sciolti, evaporando, e creando la chioma e la coda.
Di conseguenza migliaia di detriti e di corpi ghiaiosi si sono dispersi nello spazio rimanendo pressoché nella stessa posizione in cui si trovava la cometa nella sua orbita.


Il caso vuole che l'orbita della terra e quella della Swift-Tuttle si incrociano, e questo è il motivo scatenante del più famoso e denso sciame di stelle cadenti!
Ad essere precisi le due orbite arrivano ad avvicinarsi fino a 133 mila km.
Questa distanza è davvero molto piccola, se pensate che è circa un terzo della distanza che ci separa dalla Luna.
Già, la Luna dista dalla terra 384 mila km. Passiamo molto più vicini al sentiero celeste della cometa Swift-Tuttle di quanto sia la Luna.

Questo incrocio non dura solo la notte di San Lorenzo. In realtà la terra inizia ad avvicinarsi a questo campo minato dopo la metà di luglio, e ci esce intorno al 20 di agosto.
La notte di San Lorenzo a dirla tutta non è neanche il periodo di massima intensità di questo fenomeno, che è invece tra il 12 e il 13 di Agosto. In questi due giorni la terra entra nella zona più densa di detriti e in cui è probabile contare più stelle cadenti.

Ovviamente negli anni subito successivi al passaggio della cometa, l'abbondanza di stelle cadenti aumenta vistosamente.


Fermandovi un attimo a riflettere su quello che avete appena letto potrebbe sorgervi spontanea una domanda: Ma non è che per caso in uno dei suoi passaggi la Swift-Tuttle potrebbe finire contro la terra?
La risposta è si! Gli astronomi hanno calcolato con buona precisione l'orbita della cometa durante l'ultimo passaggio nel 1992, basandosi su decine di osservazioni.
Il risultato dei calcoli ci dice che la cometa Swift-Tuttle potrebbe impattare sulla terra, certo, ma tra qualche migliaio di anni.
Bene, la prossima volta che guarderete le stelle cadenti durante il periodo intorno a ferragosto, pensate per un attimo che in quelle ore staremo attraversano la coda di una cometa proveniente dai confini del sistema solare.
E che ciò che vedete altro non sono che i suoi residui lasciati nello spazio.

martedì 18 luglio 2017

#Asteroidi #Esplorazione #SistemaSolare
La sonda New Horizons non ha ancora finito di stupirci, porterà l'occhio umano in luoghi dove nessuno ha mai guardato e in un passato in cui nessuno è mai stato: ai confini del Sistema Solare.

New Horizons infatti, nota per averci mandato le prime ed uniche straordinarie immagini di Plutone, sta continuando il suo viaggio verso i confini del Sistema Solare all'interno della fascia di Kuiper.
All'inizio del 2019 arriverà a sorvolare un campione tra i migliaia di corpi che popolano la fascia: un anonimo  asteroide noto come 2014 MU69, che ruota intorno al sole in 293 anni, e che gli scienziati hanno ritenuto raggiungibile senza troppe manovre aggiuntive alla rotta di New Horizons.



La cintura di Kuiper è una regione caotica del Sistema Solare piena di oggetti "avanzati" durante la sua formazione circa 4,6 miliardi di anni fa. 
Si estende dall'orbita di Nettuno, a circa 30 Unità astronomiche, fino a 55 Unità astronomiche. Tuttavia, questa fascia non definisce ancora i confini del sistema solare.
Per scoprire le vere dimensioni del Sistema Solare e cosa c'è oltre la cintura di Kuiper: Quanto è grande il Sistema Solare
In questa fascia troviamo pianeti nani come Plutone. Nonostante la lontananza dal Sole e le dimensioni ridotte, alcuni di questi pianeti nani hanno atmosfere, molto sottili, che condensano fino a sparire quando la loro orbita li porta più lontani dal sole. Alcuni pianeti hanno anche delle piccole lune: Plutone è un chiaro esempio di corpi con entrambe queste caratteristiche.

Oltre a pianeti, nani nella fascia troviamo anche migliaia di comete su orbite piuttosto caotiche, in attesa di essere attirate verso il Sole da qualche anomalia gravitazionale. E' da qui che partono le comete note anche come comete a corto periodo, il cui periodo orbitale non supera i 200 anni.
Tutti i segreti delle comete li abbiamo raccontati qui: Cosa sono le comete? e perché hanno due code?


Lo studio di questi oggetti è molto importante, perché grazie alla loro lontananza dal Sole e alla mancanza di fenomeni atmosferici e terrestri che hanno invece modificato ed evoluto i pianeti, essi si trovano ancora nello stato evolutivo in cui si trovavano 4,6 miliardi di anni fa, all'origine del Sistema Solare.
Osservare e studiare questi oggetti significa quindi studiare il Sistema Solare proiettati in un passato ci circa 4 miliardi di anni fa.
Per questo la Nasa ha deciso di inviare la sonda New Horizons verso uno degli oggetti della fascia di Kuiper.

Quando New Horizons arriverà a sorvolare MU69 nel 2019, sarà l'oggetto più lontano mai esplorato da una nave spaziale. Questo oggetto antico della cintura di Kuiper non è molto conosciuto a causa della difficoltà di osservazione. La sua luce infatti è molto debole, le sue dimensioni sono molto ridotte e la sua distanza altissima: orbita a circa 6,6 miliardi di km dalla Terra, quasi 31 volte la distanza terra-sole.

Ma come fanno gli astronomi a pianificare la missione su un oggetto cosi lontano e praticamente invisibile anche con i più potenti telescopi?
La risposta è sbalorditiva: usano il metodo del transito, lo stesso metodo usato per la ricerca di pianeti extra-solari.
Per studiare questo oggetto così lontano dalla Terra, il team di New Horizons ha utilizzato i dati del telescopio spaziale Hubble e dell'Agenzia Spaziale Europea per calcolare quando e dove sarebbe passato davanti ad una stella eclissandola: evento noto come occultazione.

Una di queste occultazioni si è verificata il 3 giugno 2017.
Più di 50 astronomi, tra interni al team e collaboratori, hanno osservato questo fenomeno lungo tutta la traiettoria dell' eclisse stellare; catturando più di 100.000 immagini dell'eclisse che potranno essere utilizzate per studiare MU69.
I primi risultati hanno già fornito informazioni preziose e sorprendenti. Per esempio sembrerebbe che MU69 potrebbe non essere così scuro come si immaginavano essere gli oggetti della fascia di Kuiper.
Un'altra scoperta sorprendente, ma tutta da verificare, è che MU69 potrebbe non essere un singolo corpo ma un sistema binario o addirittura un piccolo sciame di oggetti più più piccoli dimenticati dal sistema solare durante la formazione dei pianeti.

Il 10 luglio 2017 c'è stato un altro di questi eventi. Gli astronomi analizzeranno i dati nelle prossime settimane, cercando in particolare anelli o detriti intorno a MU69 che potrebbero presentare problemi per la sonda New Horizons al suo arrivo nel 2019.

L'esplorazione di New Horizons ci lascerà sicuramente tutti senza fiato, soprattuto se pensiamo alla tecnologia relativamente recente utilizzata per le riprese ottiche.
Per avere un'idea della definizione che potrebbero avere le immagini di questo oggetto posto ai confini del sistema solare vi proponiamo un video in HD generato utilizzando le ultime foto raccolte dalla sonda durante il passaggio accanto a Plutone.

Più sotto troverete anche l'ultima immagine scattata di Plutone e una serie di immagini che riprendono il satellite di Giove Io con i suoi pennacchi vulcanici, ripresi anch'essi dalla sonda durante il Fly-by.

Le foto, se volete salvarle, sono in HD.





giovedì 13 luglio 2017

#SistemaSolare

I misteri di urano





Urano è un pianeta misterioso e straordinario. E' un pianeta che rotola letteralmente per 84 anni sulla sua orbita ad una modestissima velocità di circa 7 km/s.
La sua dimensione è pari a 4 volte la dimensione della terra. Nella sua atmosfera ci sono nubi formate da neve di ammoniaca e di metano.
Nonostante possa contenere tranquillamente 16 volta il pianeta terra, la sua massa è solamente il doppio di quella terrestre e, cosa ancora più sorprendente, la sua accelerazione di gravità è poco inferiore a quella terrestre.

Urano, con i suoi 2,5 miliardi di km dalla terra, è in assoluto tra i pianeti più misteriosi del sistema solare, principalmente per via del fatto che purtroppo nessuna missione spaziale lo ha studiato da vicino.
Soltanto la leggendaria sonda Voyager 2 lo raggiunse per un brevissimo periodo nel lontano 1986, scattando quelle che ancora oggi sono le immagini migliori del pianeta.

Ma, pur essendo molto lontano, si trova ancora nella zona planetaria del sistema solare. Quindi, contrariamente a quanto si possa pensare, è ancora molto lontano dai suoi confini. Per avere un'idea più chiara su questo punto vi consigliamo questo approfondimento sulle dimensioni del sistema solare.


Ma cosa rende Urano così unico e straordinario?


Un pianeta che rotola sulla sua orbita
Tutti i pianeti del sistema solare orbitano attorno al sole ruotando su se stessi, esattamente come farebbero delle trottole appoggiate su un un tavolo.
Tutti tranne Urano.
L'angolo di inclinazione dell'asse di rotazione dei pianeti in rapporto alla perpendicolare del loro piano orbitale è detta inclinazione assiale.  Questa inclinazione, ad esempio, per la terra è di 23 gradi.
L'inclinazione assiale di Urano invece è di 98 gradi! più di un angolo retto. E' straordinario, Urano sta letteralmente rotolando lungo la sua orbita intorno al sole!
E le stranezze non finiscono qui: dalla nostra prospettiva anche i 13 sottilissimi anelli  e le dozzine di lune ruotano attorno al pianeta con la stessa inclinazione assiale, apparendoci perpendicolari, come un vero e proprio tiro al bersaglio.
Quindi, sembra che il pianeta sia stato rovesciato sul suo fianco assieme ai suoi anelli e alle sue lune.

Ma cosa può aver provocato questo fenomeno? La teoria più accreditata tra i planetologi sostiene che un corpo roccioso, del tutto simile alla terra, si sia scontrato con Urano ai primordi del sistema solare e abbia così rovesciato il pianeta.


Stagioni estreme
A causa della sua inclinazione assiale molto elevata, le stagioni su Urano sono estreme.

Un anno su Urano dura 84 anni terrestri. Per avere un'idea, da quando è stato scoperto nel lontano 1781, il pianeta ha compiuto soltanto 3 rivoluzioni intorno al sole!

La prima conseguenza di questo periodo orbitale è che una stagione sul pianeta azzurro dura quasi 20 anni.
Il che significa che, essendo urano sdraiato sulla sua orbita, per quasi 20 anni il sole splende direttamente su ogni polo, lasciando l'altra metà del pianeta in un lungo inverno gelido e buio.

Questa prolungata differenza di esposizione all'energia solare genera nei gas dell'atmosfera venti che soffiamo fino a 900km/h.


Un pianeta migrante
Secondo i modelli più recenti che i planetologi usano per descrivere la nascita del sistema solare e la formazione dei pianeti: Saturno, Urano e Nettuno dovevano essere un tempo molto più vicini a Giove di quanto non lo siano ora.

Non molto tempo dopo che il sistema solare si formò, le interazioni gravitazionali tra i numerosissimi planetesimi che all'epoca popolavano il sistema, cominciarono a spostare Saturn, Urano e Nettuno allontanandoli dal sole.
Questo fenomeno, avvenuto 4 miliardi di anni fa, per i due giganti di ghiaccio è stato molto più marcato che per Saturno.
A spingere Urano così lontano potrebbe essere stato lo stesso corpo che lo ha capovolto.

Il cambiamento nella disposizione della massa all'interno del sistema solare, a sua volta ha eliminato la maggior parte dei planetesimi e dei detriti dalla genesi del sistema solare.

Molti di questi mini o proto pianeti sono stati scagliati ai margini del sistema solare.
Molti altri al contrario sono entrati nel sistema solare interno, generando immani collisioni con i pianeti oggi conosciuti dando origine a quel periodo che gli astronomi riconoscono come "Bombardamento Tardivo".
Molta dell'acqua presente sulla terra probabilmente è giunta a noi attraverso questi corpi ghiacciati che un tempo risiedevano nelle vicinanze di Giove e Saturno. La presenza di grandi quantità di acqua su Encelado ed Europa (satelliti di Saturno e Giove) confermerebbero questa teoria.

Scoprire la storia di Urano e come ha influenzato il nostro pianeta in termini di presenza di acqua e di vita, significa scoprire anche se su altri sistemi è possibile trovare condizioni simili.
Soprattutto se pensiamo che secondo i primi dati della missione Kepler sulla ricerca di pianeti extra-solari, i giganti di ghiaccio come Urano potrebbero essere il genere più comune di pianeti nella galassia.

Un pianeta che si mantiene freddo
Un'altra caratteristica che rende Urano un pianeta unico è il fatto che non rilascia nello spazio nessuna forma di calore.
Tutti i pianeti del sistema solare, irradiano calore nello spazio circostanze in quantità più o meno rilevante.
Questa dispersione, anche se in alcuni casi è molto bassa, proviene dai residui del processo di formazione e per la presenza di nuclei ancora allo stato fuso.
Ciò non avviene per urano!

Si pensa che il responsabile di questa mancanza di emissione sia lo stesso oggetto che ha spostato il pianeta dalla sua orbita iniziale rovesciandolo su se stesso.
A causa del violento impatto infatti, gli strati più caldi e fluidi del nucleo di Urano potrebbero essere emersi in superficie per poi raffreddarsi velocemente.
In questo modo Urano sarebbe rimasto privo degli strati caldi che oggi troviamo ancora nelle profondità degli altri pianeti e che originano le deboli emissioni di calore.
 
Una seconda ipotesi invece presuppone che per qualche motivo la normale convezione dei materiali più caldi verso gli strati più alti del nucleo per qualche motivo su Urano non funzioni o non ci sia.

Gli astronomi insomma hanno ancora molte domande senza risposte a proposito di Urano e del suo nucleo.


Anelli Bizzari
Se Saturno è in assoluto il signore degli anelli, Urano ha in assoluto gli anelli più bizzarri.

Prima di tutto, mentre gli anelli di Saturno sono molto brillanti perché composti principalmente da frammenti di ghiaccio, quelli di Urano sono composti da detriti, roccia e polvere: e questo li rende veramente poco luminosi e quasi invisibili.
Oggi sappiamo che gli anelli di Urano sono 13, ma in passato anche la sonda Voyager 2, che ha effettuato le foto più ravvicinate del pianeta, si è lasciata ingannare dal buio e non si è accorta degli ultimi due anelli più esterni.

L'anello più esterno del pianeta presenta una caratteristica molto intrigante: al suo interno orbita una luna, Mab, e si pensa che si sia originato proprio dai suoi detriti, rilasciati lungo l'orbita probabilmente a seguito di un impatto con un asteroride.

Esiste poi un anello che si espande e si ritira di circa 5km ogni qualche ora, quasi stesse respirando!

Infine due eventi straordinari mai osservati altrove: negli ultimi 10 anni un anello di Urano è completamente scomparso mentre un secondo si è formato in una zona differente. Gli astronomi stanno ancora cercando di capire se la composizione dei due anelli sia simile e se quindi si tratti dello stesso materiale.

Da oggi, se con il vostro telescopio vi accingerete ad osservare questo lontanissimo e debolissimo pianeta ricordate che è uno dei pianeti meno studiati a causa della sua distanza ma tra i più misteriosi del sistema solare!
Per riuscire ad intravedere il suo disco dovete usare uno strumento che abbia almeno 100 ingrandimenti.


Diametro reale:51.000 km
Periodo Orbitale:84 anni
Numero di anelli:13
Numero di lune:27
Diametro apparente:3,4" / 3,7"  (disco visibile già a 100x)
Magnitudine apparente:6










mercoledì 7 giugno 2017

#Marte #SistemaSolare

Le false montagne marziane



Proprio così: Molte montagne marziane non sono montagne nel vero senso della parola.
Sono montagne altissime, alcune superano i 4 chilometri di altezza, sono alte come il Monte Bianco o l'Etna: sono mostri della natura marziana. Eppure non sono montagne come quelle che conosciamo sulla terra: Si sono innalzate con il vento!

Un recente studio infatti dimostra che molte di esse sono il risultato di miliardi di anni di accumuli di sabbia causati dai forti venti che soffiano sul pianeta.

Sulla Terra, la maggior parte delle montagne si è formata (e si sta ancora formando) grazie alle placche tettoniche, che si spostano sul mantello e si scontrano l'una sull'altra.
Ma su Marte non esiste attività tettonica, quindi gli scienziati si sono interrogati per anni su questo punto.

I risultati dello studio in questione mostrano l'importanza del vento nella formazione del paesaggio marziano.

Sarebbe stato proprio il vento a modellare il paesaggio marziano generando le montagne che oggi i rover ci mostrano da così vicino e con dettagli così vividi.

Il vento terrestre non potrebbe mai fare da solo tutto ciò sul nostro pianeta, semplicemente perché la tettonica a zolle e l'acqua agiscono molto più velocemente.

La prima montagna di questo tipo, o cumulo, per usare il termine degli scienziati, fu avvistata già negli anni 70 in fondo ad un cratere, dalla sonda Viking della nasa.
Recentemente anche il rover Curiosity ha osservato diversi di questi cumuli. Uno di questi è il Monte Sharp: un tumulo alto quasi 5km che si trova all'interno del cratere di Gale.

Questo cumulo, così come molti altri, hanno la base costituita da roccia sedimentaria.
Le loro fondamenta si sono quindi formate dall'accumulo di sedimenti trasportati dall'acqua sul fondo del cratere quando in epoche antiche questa fluiva all'interno di essi.
Le cime dei tumuli invece sono costituite da sedimenti più piccoli e sarebbe stato proprio il vento a depositarli nel corso di miliardi di anni, innalzando le montagne per chilometri. 

La struttura di questi cumuli, e la dinamica che li ha generati, collegano la loro formazione ai cambiamenti climatici su Marte: con il fondo costruito durante un periodo bagnato e la parte superiore costruita e sagomata in un periodo asciutto.

Le immagini qui sotto della NASA sono state scattate dal rover Curiosity proprio sul fondo del cratere Gale, sulle pendici di del monte Sarp. 

In questa prima foto vediamo un dettaglio del tumulo alto quasi 5 km. Sullo sfondo, immerso nella nel pulviscolo marziano si scorge il profilo del cratere Gale in cui sorge il cumulo.





Questa immagine (con i relativi primi piani sottostanti) mostra degli affioramenti inclinati alla base del cumulo.
La stratificazione di arenaria che si vede indica che il materiale è stato depositato dal vento come avviene per le dune di sabbia.










sabato 15 aprile 2017

#SistemaSolare #Sole #Stelle
Pensando all'astronomia la nostra mente va a favolose galassie lontane e a stelle più o meno colorate e luminose riprese nelle immagini esotiche del telescopio Hubble. Ma come sarebbero queste stelle se osservate da molto più vicino di quanto facciamo?

La risposta possiamo trovarla più facilmente di quanto si pensi: basta guardare il Sole.
Il Sole infatti è una stella nana gialla di classe G2, un tipo tra le più comuni nell'universo. Quindi quando lo osserviamo, stiamo osservano una stella di una certa classificazione da una distanza privilegiata.
Quindi, come è fatta la superficie di una stella come il Sole?



Macchie solari.
La formazione più famosa presente sul sole sono le macchie solari e sono delle aree più fredde della fotosfera.
La fotosfera ha una temperatura di 5.500 gradi centigradi. Le macchie invece sono più fredde e hanno temperature di circa 3.500 gradi. Per questo appaiono scure in confronto alle regioni più luminose e più calde della fotosfera.
Possono essere molto grandi, fino a 50.000 chilometri di diametro. Esse compaiono singole (raramente) o più frequentemente in gruppi. Le macchie più grandi sono formate da un'ombra centrale e da una zona periferica di penombra.

Queste formazioni sono generate dall'iterazione del plasma solare con il proprio campo magnetico. Il campo magnetico solare infatti non è regolare come quello della terra ma è irregolare e si distorce lungo l'equatore del sole formando dei grandi anelli: in queste zone hanno origine le macchie.

Anche se è difficile notarne la relazione, i gruppi di macchie sono a loro volta relazionati/legati a coppie: un gruppo avrà campo magnetico positivo o nord, mentre l'altro gruppo avrà campo negativo o sud magnetico.

Il ciclo di vita delle macchie va da diversi giorni per le più piccole a qualche settimana per le più vaste e la loro intensità ha una periodicità di 10/12 anni e rappresenta la cosiddetta attività solare

Un modo per quantificare l'attività solare e le macchie è il calcolo del numero di wolf. Il numero di Wolf è calcolato utilizzando la seguente formula
R = 10g + f

dove g è il numero di gruppi di macchie e f è il numero delle singole macchie.
Se durante una osservazione contiamo per esempio 25 macchie raggruppate in 5 gruppi, avremo:
R = (10x5)+ 25
R = 75

Poiché il conteggio delle macchie può cambiare a seconda della posizione dell'osservatore e degli strumenti, alla formula è stata applicata una costante strumentale e nella sua forma più precisa è diventata:

R = k(10g + f)

Ma sulla superficie solare non ci sono solo le macchie...


Facole solari.
Le Facole sono invece aree più luminose che di solito sono più facilmente visibili vicino al bordo del disco solare.
Anche queste sono zone magnetiche particolari, anche se il campo magnetico è molto minore che alle macchie.
Mentre le macchie solari appaiono più scure, le facole appaiono più luminose.
Vicino al massimo del ciclo di attività solare, le facole sono talmente luminose da rendere il Sole più luminoso  di circa lo 0,1%.


Granuli solari.
Meno appariscenti ma altrettanto caratteristici sono i Granuli Solari, detti anche "grani di riso" per il loro aspetto. I granuli sono piccole formazioni che coprono l'intero sole ad eccezione di quelle aree coperte dalle macchie.
I granuli solari rappresentano le cime delle celle di convezione.
Il plasma caldo sale dall'interno e si diffonde attraverso la superficie luminosa del granulo. Successivamente si raffredda e quindi affonda verso l'interno: lungo le corsie scure che rappresentano il bordo del granulo.
La vita media di un granulo è di circa 20 minuti soltanto. Lo schema di granulazione è in continua evoluzione e i vecchi granuli vengono via via sostituiti da quelli più nuovi.
La loro dimensione è di circa 1.000 km e il flusso al loro interno può raggiungere velocità di di 7 km/s.


Protuberanze solari.
Osservando il sole con un filtro h-alfadalla caratteristica colorazione rossa è possibile osservare anche le protuberanze solari.
Per capire cosa sono dobbiamo tornare a parlare per un attimo delle macchie.
Una macchia solare infatti è un po' come il tappo di una bottiglia di soda: Sbattetela un poco e si genererà una grande eruzione. Abbiamo detto che le macchie solari si verificano su regioni di campo magnetico molto intenso. Quando la torsione delle linee magnetiche diventa troppo forte, si spacca, e l'energia viene rilasciata sotto-forma di protuberanze e brillamenti solari dando vita alle espulsioni di massa coronale. 

Il sole è una stella. Guardandolo possiamo dare un volto ai milioni di stelle che vediamo alzando gli occhi al cielo notturno.